>> Immigrazione

I movimenti migratori - l'abbandono di un dato territorio, dove si e svolta la vita del soggetto singolo o gruppo fino a quel momento, per insediarsi in modo permanente o temporaneo in un altro territorio - sono antichi quanto la storia umana. Tali movimenti possono avvenire entro i confini di un dato paese
(emigrazione dal Sud al Nord Italia) o tra due paesi (dall'Italia alla Germania o dalla Nigeria all'Italia). Le migrazioni internazionali hanno raggiunto oggi dimensioni sconosciute nei secoli precedenti, grazie in parte allo sviluppo dei mezzi di comunicazione e dei trasporti. La maggior parte delle migrazioni, compresa la fuga dei rifugiati e richiedenti asilo, avvengono in e tra paesi del Sud del mondo, paesi che dispongono di meno risorse per assistere o agevolare l'inserimento dignitoso di un gran numero di persone che migrano.
L'aumento delle superfici coltivate e l'urbanizzazione hanno ristretto il territorio delle migrazioni interne. Il dibattito intorno alle cause delle migrazioni internazionali e acceso e controverso. Secondo vari autori, possono essere interne ai Paesi di emigrazione (cause di espulsione) o d'immigrazione (cause di attrazione). Le cause che spingono ad abbandonare il proprio Paese sono molteplici:
* mancanza di prospettive per il futuro;
* peggioramento delle condizioni di vita;
* cause economiche;
* equilibrio nel mercato del lavoro;
* degrado ambientale;
* cause demografiche;
* disgregazione della struttura sociale tradizionale;
* instabilita politica;
* violazione dei diritti umani;
* trattati internazionali e confini arbitrari.
Le cause di attrazione verso un certo Paese sono altrettanto varie:
* aspettative di migliori condizioni di vita;
* presenza di opportunita di lavoro;
* minore densita demografica;
* cause psicologiche: curiosita e gusto per l'avventura;
* conoscenza di modelli di vita occidentali e di sviluppo industriale;
* maggiore modernizzazione;
* divario tecnologico.
Gli effetti delle migrazioni nelle zone di esodo possono essere diversi:
* squilibri tra le fasce d'eta della popolazione;
* effetti economici: rimesse degli emigranti, alleggerimento del mercato del lavoro, inflazione, nuovo mercato estero per i prodotti locali;
* abbandono delle aree agricole;
effetti sociali (diminuisce il conflitto ma aumenta la disgregazione);
* maggiori conoscenze acquisite da chi rientra in patria.
Nelle zone d'immigrazione questi effetti possono essere i seguenti:
* aumento demografico;
* effetti economici: gli immigrati spesso coprono settori abbandonati dalla manodopera locale, favoriscono la flessibilita del lavoro impedendo a non poche fabbriche di chiudere e risultando cosi funzionali al sistema economico * dei Paesi di destinazione;
* conflitti tra generazioni;
* xenofobia;
* perdita dell'identita culturale.
Le alternative alle migrazioni sono legate agli investimenti economici e tecnologici da parte dei Paesi industrializzati nel Terzo mondo e a un'appropriata politica demografica da parte di quest'ultimo. Quel che e certo e che non vanno affatto d'accordo il processo di integrazione economica globale e la mancata liberalizzazione nella politica della circolazione delle persone, qualunque opinione si abbia su entrambi i fenomeni.
Legati all'immograzioni si hanno vari fenomeni:
Assimilazione
L'assimilazione e un processo di abbandono della propria cultura, che ha per conseguenza l'assunzione di modelli culturali peculiari della societa ospitante. Frutto, in principio, di una visione etnocentrica e coloniale e, piu di recente, dell'appello a principi egalitaristi, essa e generalmente naufragata contro il persistere di un'identita etnica, intesa come risorsa organizzativa e canale di solidarieta.
Integrazione
L'integrazione e viceversa, secondo una definizione dell'Onu, un processo progressivo verso la partecipazione attiva delle persone immigrate alla vita del loro nuovo Paese di residenza, grazie a una conoscenza, un adattamento e una comprensione reciproca da parte sia delle persone arrivate, sia di quelle autoctone.
Pluralismo culturale
Il pluralismo culturale e una vera e propria coabitazione tra culture diverse: si parla di multiculturalita quando e un pluralismo fatto anche d'incomprensioni, rifiuti e conflitti; d'interculturalita, al contrario, quando e capace di rispettare il mantenimento delle differenze, i diritti umani e la legittimita di ogni cultura.
Profughi e rifugiati
Le persone profughe sono quelle costrette a lasciare il proprio Paese. Tra di esse, l'UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati) considera rifugiato (profughi e rifugiati) «chiunque, a seguito di un timore assai fondato di essere perseguitato per motivi razziali, religiosi e nazionali, o perche appartiene a un determinato gruppo sociale o professa certe opinioni politiche, vive fuori del territorio della propria patria e si trova nell'impossibilita e persino, a causa dei suoi timori, rifiuta di avvalersi della protezione della propria patria». I confini tra emigrato (scelta volontaria), profugo (costretto per svariati motivi) e rifugiato (costretto perche perseguitato) non sono sempre netti. Gli Stati tendono sempre piu a considerare i profughi e i rifugiati come migranti per motivi economici, in modo da assoggettarli alle norme sull'immigrazione anziche a quelle sull'asilo, il che consente loro di respingere o espellere i nuovi arrivati.
Secondo una stima delle Nazioni Unite, all'inizio del 1998 c'erano piu di 120 milioni di persone che vivevano in paesi diversi da quelli d'origine e 13 milioni di rifugiati riconosciuti dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR); l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) stima che le migrazioni internazionali interessino circa 16 - 20 milioni di persone in Africa, 6 - 9 milioni in Asia, 20 milioni in Europa escluse l'ex-URSS e l'ex-Iugoslavia, 15 - 17 milioni nel Nord America, 7 - 12 milioni nell'America centrale e meridionale e 6 - 7 milioni nell'Asia occidentale (stati arabi). Di fronte a questa dimensione del fenomeno, l'ONU ha ritenuto opportuno ribadire che i diritti dei migranti sono diritti umani, promuovendo ed approvando il 18 dicembre 1990 dall'Assemblea Generale la "Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie".
Le cause e gli effetti nei paesi d'origine e in quelli di arrivo
Le cause delle migrazioni internazionali sono molteplici: nel rapporto finale della Conferenza ONU sulla Popolazione e lo Sviluppo (Conferenza del Cairo), si individuano fra i fattori che costringono le persone a migrare, "squilibri economici internazionali, poverta e degrado ambientale insieme all'assenza di pace e sicurezza, violazioni di diritti umani e livelli diversi dello sviluppo di istituzioni giudiziarie e democratiche". Le cause delle migrazioni vengono generalmente divise in fattori d'espulsione e di attrazione (push and pull factors). I primi riguardano l'alta disoccupazione o sottoccupazione, la poverta, i conflitti armati, il degrado dell'ambiente e i disastri naturali, le violazioni dei diritti nei paesi di partenza. Mentre i fattori di attrazione possono essere riassunti in quel complesso di fattori economici, sociali e culturali che concorrono a fare prevedere delle opportunita maggiori e/o una qualita della vita migliore per se da parte di chi emigra.
A livello istituzionale, il bisogno di mano d'opera da parte di alcuni paesi ha rappresentato un forte fattore d'attrazione di migranti. In molti paesi, interi settori d'attivita dipendono in misura rilevante dalla presenza di lavoratori immigrati e, in alcuni casi, molti di questi immigrati sono stati incoraggiati o anche reclutati per ricoprire i posti disponibili in periodi d'espansione economica. Non di rado, i lavoratori immigrati svolgono lavori pesanti, mal retribuiti e con minor protezione sociale e in periodi di difficolta economiche, sono i primi ad essere espulsi dal processo produttivo. Oltre ai piu tradizionali fattori di attrazione/espulsione, la globalizzazione dell'economia nella sua forma attuale ha comportato anche una globalizzazione del mercato di lavoro, nonostante le misure restrittive adottate da molti governi dei paesi industrializzati per limitare le migrazioni verso i propri paesi. Occorre evidenziare alcune tendenze in atto relative alle migrazioni internazionali. In primo luogo, le migrazioni sono in espansione in tutte le parti del mondo grazie alle crescenti difficolta economiche ed al collasso degli equilibri economici, politici, sociali ed ambientali che permettevano alle persone di vivere e rimanere nei propri paesi. In secondo luogo, e in crescita il numero delle persone che sono costrette ad emigrare a causa di conflitti armati (che avvengono nella maggior parte all'interno di singoli paesi e meno fra un paese e l'altro), di persecuzioni politiche o a causa degli effetti disastrosi di alcuni fenomeni naturali (inondazioni, uragani, siccita, desertificazione, ecc.). Un esempio alquanto eloquente in questo senso e rappresentato dal flusso migratorio proveniente dall'area balcanica, in particolare dalle ex-repubbliche jugoslave, in seguito ai vari conflitti che si sono susseguiti nella zona. Il recente conflitto in Kosovo ha posto le basi per migrazioni forzate per i prossimi anni, anche per le chiusure nei confronti dei profughi provenienti da questa area. Un'altra tendenza e l'aumento delle ostilita xenofobe e razziste nei confronti dei migranti e rifugiati, visti come capri espiatori di una serie di problemi sociali, dalla disoccupazione e criminalita al senso di insicurezza personale e alla diminuzione della protezione sociale (minor welfare), in particolare nelle aree urbane. Questa ultima tendenza e particolarmente vera nei paesi industrializzati e, nel caso dei paesi industrializzati dell'Europa occidentale, la rappresentazione negativa dei migranti e le ostilita che ne derivano sono entrate a far parte delle linee politiche e del discorso pubblico di molti partiti che, sebbene non siano fra i primi nei vari paesi, sono riusciti a "nobilitare" alcune di queste idee, rendendole cosi accettabili anche fra sinceri democratici. Basta ricordare qui l'enorme influenza che le posizioni razziste (il differenzialismo culturale) del Fronte Nazionale di Le Pen in Francia e la crescita elettorale ad essa conseguente hanno avuto sull'atteggiamento del governo di centro destra che ha varato le leggi "Pasqua" sull'immigrazione in quel paese. Allo stesso modo, le posizioni della Lega Nord sull'immigrazione in Italia non sono estranee all'orientamento che pervade alcune parti della legge 40/98 sulla condizione dello straniero non appartenente all'Unione Europea. Una conseguenza di questa accettabilita acquisita in termini politici e che mentre i governi di questi paesi quasi sempre stigmatizzano i casi piu eclatanti di violenza xenofoba, il loro impegno nei confronti del razzismo quotidiano, ed in particolare di quello istituzionale, e minimo. Infine i governi, sulla spinta di quelli dei paesi industrializzati del Nord, stanno imponendo misure restrittive e punitive di controllo dell'immigrazione, tendenti a scoraggiare le persone dall'immigrare nei loro paesi e, parallelamente, stanno cooperando per armonizzare le politiche di controllo delle migrazioni internazionali. Per i paesi dell'Unione Europea, questo tipo di orientamento politico nei confronti delle migrazioni internazionali e definito in termini molto chiari nel Documento di strategie sulla politica dell'Unione Europea in materia di migrazione ed asilo preparato dalla Presidenza austriaca dell'UE nella seconda meta del 1998.
L'immigrazione in Italia
E ben noto che l'Italia e stata a lungo un paese di emigrazione e che solo verso la fine degli anni '70 ha cominciato ad essere interessata dall'immigrazione proveniente dal Sud del mondo e solo negli anni '90 il flusso in entrata degli immigrati ha superato quello in uscita di cittadini italiani che emigravano verso altri paesi. Agli inizi, l'immigrazione verso l'Italia e stata dovuta piu alle politiche restrittive adottate da altri paesi europei (Francia, Gran Bretagna, Belgio, Olanda ecc.) che fino ad allora avevano assorbito i maggiori flussi migratori, e meno ai propri specifici fattori d'attrazione. In quella fase, molti immigrati considerarono l'Italia piu come paese di transito che di soggiorno definitivo. Fino alla prima meta degli anni '80, il fenomeno rimane molto contenuto, come e testimoniato dall'assenza di una legislazione specifica per regolarlo che arriva, in modo molto parziale, solo nel 1986 e in modo piu complesso nel 1990 e bisogna aspettare fino al marzo 1998 (L.40/98 del 6 marzo) per avere la prima legge organica sull'immigrazione. Quantitativamente, l'immigrazione in Italia rimane un fenomeno limitato rispetto alla situazione negli altri paesi UE di tradizionale immigrazione: alla fine del 1998, l'incidenza percentuale degli immigrati sulla popolazione italiana e di poco piu del 2% contro una media del circa 5% sul totale della popolazione UE e punte dell'8,8% in Germania, 9% in Belgio, ecc. I paesi di provenienza sono distribuiti in tutte le aree continentali anche se non in maniera omogenea: prevalgono gli immigrati provenienti dall'Europa, seguiti dagli africani, asiatici ed americani. Alla fine del '97, circa il 13,6% degli immigrati in Italia provenivano dai paesi UE ed il restante da piu di cento paesi diversi. Fra i 20 primi paesi di provenienza per consistenza, ci sono tre paesi UE (Germania, Francia e Gran Bretagna) gli USA e la Svizzera; le cinque nazionalita piu numerose sono nell'ordine: Marocco, Albania, Filippine, USA e Tunisia. Dopo un decennio in cui si riteneva che l'immigrazione verso l'Italia da paesi non UE fosse un fenomeno temporaneo e l'Italia un paese di transito verso altri paesi europei o gli Stati Uniti, negli ultimi anni l'aumento delle richieste di ricongiungimenti familiari e il segno della stabilizzazione sul territorio italiano di molti soggetti immigrati. Allo stesso modo, e in crescita il numero dei minori figli di famiglie immigrate e questo aspetto e largamente ritenuto un indicatore del desiderio di stabilizzarsi, inserendosi nella societa. Con la legge sulla condizione dello straniero non appartenente all'Unione Europea (L.40/98), l'Italia ha riconosciuto il diritto all'unita familiare come passo indispensabile per un corretto governo dell'immigrazione ed ha posto le basi per il superamento di alcune difficolta procedurali che in passato avevano reso problematico l'esercizio di questo diritto. Questa presenza dei minori e particolarmente importante per la scuola ed il mondo educativo in generale: corrisponde alla realta di alcuni distretti scolastici il fatto che la presenza di minori figli di famiglie immigrate ha evitato la chiusura di alcune scuole. Questo e particolarmente vero per la fascia
d'eta dai 3 ai 13 anni e questa presenza ha reso evidenti la necessita di mettere la scuola in grado di affrontare la nuova situazione. Purtroppo cominciano gia ad emergere gravi segni di difficolta da parte di minori figli d'immigrati, fra i quali e in aumento l'abbandono scolastico, da imputare sia alle difficolta del contesto familiare nel complesso sia anche a problemi specifici nel rapporto con la scuola. Non di rado l'immagine che la scuola restituisce a questi ragazzi di se stessi e dei contesti d'origine risulta negativa ed in contrasto con la percezione di se. Questo provoca una percezione di non appartenenza ed esclusione che agisce poi negativamente sul rendimento scolastico e sulla socializzazione. Anche in Italia, cosi come avviene in molti altri paesi industrializzati, gli atteggiamenti nei confronti della presenza degli immigrati sono ambigui: sempre piu si riconosce che questa presenza e necessaria per il paese e per alcuni settori d'attivita, ma allo stesso tempo la stessa viene spesso stigmatizzata come causa di molti mali della societa. D'altra parte, la condizione di vita degli immigrati in Italia risulta ancora molto disagiata (quando non emarginata) in misura maggiore rispetto a quella in paesi dello stesso livello di sviluppo industriale dell'Italia. Questo stato di disagio si manifesta in modo particolarmente grave per il lavoro, in parte per una specificita del mercato di lavoro italiano (alte percentuali di piccole imprese, alte quote di assunzione irregolare ecc.), in parte per barriere all'accesso previste dalle leggi nei confronti degli stranieri non cittadini di paesi UE. Cosi il tasso di disoccupazione fra gli immigrati e notevolmente superiore a quello degli autoctoni e i lavori disponibili sono in prevalenza quelli piu pesanti, a bassa remunerazione ed a volte pericolosi per la salute. Ugualmente grave e la difficolta di accesso ai servizi: casa, servizi socio-sanitari, istruzione ecc.; in altre parole, l'integrazione degli immigrati nella societa italiana e ancora un processo all'inizio e solo con la Legge 40/98 questo aspetto e entrato a far parte delle politiche migratorie, la cui applicazione e demandata agli enti locali.